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Editors – In Dream

indreamChi ha seguito gli Editors è abituato a cambi di scenario che, uscita dopo uscita, hanno visto la band di Tom Smith guardare avanti senza mai ricalcare – ma neanche rinnegare – il proprio passato. Gli echi post punk/new wave degli esordi, la deriva di synth di “In This Light And On This Evening” e infine la chitarristica tendenza alle grandi platee dell’ultimo “The Weight Of Your Love”, tutte tappe cercate e volute che hanno contribuito al diffuso apprezzamento degli inglesi.

In Dream muta ancora il tappeto sonoro su cui Smith adagia le proprie cupe lyrics, mettendo nuovamente da parte le chitarre in favore di un ripiegamento sull’elettronica che non è, però, quella quasi danzereccia di “In This Light And On This Evening”. Questo quinto album degli Editors è il più scuro della loro produzione, a partire dall’artwork e passando proprio per i synth liquidi che fungono da impalcatura.

Così No Harm, traccia d’apertura nonché primo estratto diffuso, è un po’ il manifesto programmatico dell’intero album: un lento e inesorabile affogare in un mare sintetico che si evolve in un disperato tentativo di riemergere, sottolineato proprio dal climax ascendente. Il synthpop eighties che a tratti pare spadroneggiare (il singolo Life Is A Fear e Our Love ne sono testimonianza con il loro incedere incalzante) viene sovente mitigato da strumentazione classica, vedi il pianoforte di quella gemma che è Ocean Of Night o gli archi di Salvation.

Forgiveness e All The Kings sono gli unici momenti che guardano con più insistenza al recente passato degli Editors, mentre discorso a parte va fatto per altri due brani: The Law, che vanta il featuring di lusso di Rachel Goswell degli Slowdive (che compare in secondo piano anche in At All Cost e nella già citata Ocean Of Night), mette insieme le algide atmosfere dettate dalla voce femminile in questione e una fortissima sezione ritmica new wave, che conferiscono alla traccia uno straniante respiro subacqueo. E poi la lunga Marching Orders, otto minuti scarsi di un’invocazione in cui ogni elemento esplode definitivamente: la batteria si fa sotto come si deve, l’elettronica è per la prima volta aggressiva e Smith canta a pieni polmoni senza falsetti o tonalità baritonali.

A voler essere proprio pignoli, gli appunti da fare sono essenzialmente due: il primo riguarda la prolissità di alcuni passaggi che, con una media di cinque minuti per brano, potevano essere asciugati un po’, in modo particolare certe code strumentali. Il secondo, che però potrebbe anche non valere affatto, è l’assoluta assenza di una hit vera e propria, mai mancata finora nei lavori precedenti, tesi sempre più verso la dimensione da arena.

Nella sostanza, però, “In Dream” è una dimostrazione di forza e consapevolezza artistica che solo chi ha ben chiaro il percorso da seguire può fornire e suggella la discografia di una band che non ha smesso un attimo di scavare in se stessa senza mai guardarsi allo specchio, riuscendo in questa sua ultima incarnazione a far convivere ogni aspetto della propria personalità, proprio come nella copertina del disco: Smith lì al centro, l’acqua alla gola, le tenebre tutt’intorno ma una luce salvifica a gettare un velo di speranza.

(2015, PIAS)

01 No Harm
02 Ocean Of Night
03 Forgiveness
04 Salvation
05 Life Is A Fear
06 The Law
07 Our Love
08 All The Kings
09 At All Cost
10 Marching Orders

IN BREVE: 4,5/5

Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di vinili, CD e musicassette. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.