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Fontaines D.C. – Dopamine Chamber

Possiamo solo immaginare cosa deve aver significato per i Fontaines D.C. la perdita di Trevor Dietz, loro manager dal giorno zero, fratello maggiore e vero e proprio sesto membro della band sebbene fuori dalle scene, ruolo riconosciutogli in più di un’occasione pubblica da Grian Chatten, Carlos O’Connell, Conor Curley, Conor Deegan III e Tom Coll. Un manager/amico/fratello che aveva voce in capitolo anche sulle scelte artistiche dei Fontaines D.C. e che, prima di andarsene improvvisamente lo scorso Giugno, stava lavorando con loro ai brani che sono poi finiti su questo Dopamine Chamber, il quinto lavoro in studio della formazione irlandese. Un album ultimato dunque in un momento molto delicato per la band, in circostanze che in qualche modo avrebbero potuto segnare in maniera definitiva āˆ’ leggasi: scioglimento āˆ’ la storia dei Fontaines D.C. e che invece hanno segnato “solo” il nuovo disco, rivestendolo di una coltre fuligginosa ancora più densa che nelle intenzioni della band.

Il concept di “Dopamine Chamber”, infatti, sta tutto nell’assuefazione ai mostri che ci girano intorno, negli smartphone che ci allontanano ogni giorno di più dagli altri esseri umani, tutti costantemente col capo chino su uno schermo di pochi pollici. E sono proprio quegli schermi la nostra triste “dopamine chamber, just tryna kill the pain” (il verso che dĆ  il titolo al disco, contenuto in One Man), un posto virtuale dove ottenere un piacere fugace e ricompense immediate che, ovviamente, non possono e non potranno mai compensare l’orrore che ci troviamo davanti agli occhi appena li solleviamo dallo schermo. L’utopia di una tecnologia al servizio dell’uomo che diventa una drammatica distopia. Il tutto declinato in una chiave claustrofobica in cui si sprecano i riferimenti cinematografici, non tanto a questa o quella pellicola quanto piuttosto al mondo stesso del cinema, della fiction, della rappresentazione di qualcosa che nella realtĆ  non esiste o quantomeno non nella forma in cui viene dipinta, un mondo a metĆ  strada fra le ambientazioni cyberpunk di “Blade Runner” e l’inquietudine serpeggiante nei lavori di David Lynch.

Con “Romance” (2024) era apparso chiaro un aspetto importante: i Fontaines D.C. stavano iniziando a cercare un sound più patinato, più pop a voler usare questa definizione cosƬ invisa a tanti, riuscendo in pieno nell’obiettivo tanto da farne il loro disco più venduto, al pari della dimensione live della band che si ĆØ spostata dai club alle arene e, adesso, persino agli stadi. Insomma una crescita esponenziale, avvenuta in pochissimi anni ma senza che i Fontaines D.C. mettessero mai da parte la propria essenza o sacrificassero la qualitĆ  della loro musica. Una cosa, questa, che bisogna ammettere come non sia riuscita a tantissimi altri. E “Dopamine Chamber” ĆØ ancora una volta una svolta: le atmosfere in cui la formazione irlandese annega la nuova musica sono cupe, a tratti persino sinistre, molto, molto lontane dall’ariositĆ  e dai colori fluo di “Romance”, cosa palese giĆ  nell’iniziale Six Shot Morning che, tra archi schizofrenici e un synth inquietante, detta il passo di un disco dalle forti tinte scure che pesca a piene mani degli anni Ottanta più soffocanti, mentre la “Silicon Valley took a photograph” e le Big Tech ci mangiano le vite con la nostra complicitĆ .

La sintesi perfetta di cosa hanno voluto essere i Fontaines D.C. con e in “Dopamine Chamber” la dĆ  la traccia numero tre del disco, Mimesis: i sintetizzatori diventano l’anima e il cuore pulsante del pezzo, i Depeche Mode, i New Order e tutta la new wave più sintetica palesano definitivamente la propria influenza su questi Fontaines D.C. e si intrecciano al carattere della voce di Chatten e al testo che centra il culmine concettuale dell’intero album, della distopia che racconta e che tutti viviamo ogni giorno: “Well everybody’s depressed / We’re running on a wheel… Long long waiting for the long lost game / Tired of living in a photograph“. In Happy For You una chitarra liquida di chiaro stampo The Cure ĆØ ancora un altro gancio alle sonoritĆ  eighties che percorrono l’intero album, le stesse che si fondono a un lontano sapore orientaleggiante nell’altro singolo Tongue, che se a un primo ascolto lascia un attimo interdetti poi cresce e finisce per non togliersi più dalla testa, ma anche in You Miss Me che ha un notevole respiro gotico, ancora una volta con gli archi protagonisti. E gli archi, che come avrete capito sono una costante di “Dopamine Chamber”, intessono One Man in un modo cosƬ incisivo tanto da diventare una sorta di seconda voce accanto a quella di Chatten.

Demolition e Japan hanno poi un certo gusto britpop che si fa apprezzare in un disco che non respira praticamente mai fino alla fine, quando Intimate sfocia in un synth rock nero come la pece, con quel “dying and dying and dead” ripetuto da Chatten in maniera ossessiva mentre ci parla di “the ruins of the human dream”. Menzione a parte per un altro highlight dell’album, Where Is Gone?, il primo enorme featuring nella storia dei Fontaines D.C. (e altro chiodo piantato dalla band nell’asse delle arene e degli stadi), una ballad cinematografica in cui Grian Chatten e la superstar spagnola RosalĆ­a duettano in qualcosa di molto vicino a quanto fecero parecchi anni fa Nick Cave e Kylie Minogue. E, come in quel caso, si tratta di un incontro fra mondi apparentemente distanti anni luce che riescono a trovarsi egregiamente nella sensibilitĆ  del pezzo.

E infine c’ĆØ la capacitĆ  di Chatten di parlare di cose terrificanti in maniera cosƬ poetica e delicata da farne la costante in crescendo della discografia di una band mai ferma: la realtĆ  con cui abbiamo a che fare ogni giorno ĆØ spesso e volentieri terribile, lo vediamo noi e lo vede anche Chatten, che mette in discussione se stesso prima che il mondo intero, la sua e la nostra capacitĆ  di opporci a un contesto che ci vuole sempre meno umani e sempre più dipendenti da fattori che con l’umanitĆ  non hanno nulla a che fare. Ma la fascinazione con cui ciò avviene in brani come il singolo Marianne ĆØ qualcosa di unico, quando Chatten tira in ballo quel “cinematic feeling” che ĆØ giĆ  diventato frase da tattoo, quando ti promette che sƬ, se vuoi “I can help you disappear”, mentre gli archi tutt’intorno confondono il dolore con una fugace gioia, una discesa in un buco nero che diventa estasi. Stavolta manca del tutto, invece, qualsiasi riferimento diretto all’Irlanda, ulteriore segno della trasversalitĆ  cui puntano i Fontaines D.C. con tutto ciò che questo può o potrebbe comportare.

Cinque album in sette anni, tutti e cinque grandiosi nella loro diversitĆ  e nel loro aver tracciato il percorso di crescita della band, un percorso che ce li ha presentati pieni zeppi di carica post punk e ce li fa ritrovare oggi sintetici (complice il lavoro del produttore James Ford, non a caso giĆ  con loro proprio in “Romance”), ma sempre attraversati da una poetica meravigliosa che ha solo cambiato forma nel loro volersi e sapersi spingere sempre oltre. Un percorso senza intoppi e senza cali di densitĆ  che fa dei Fontaines D.C. la band più importante della loro generazione, a mani basse la band più importante della loro generazione, tanto che se mai dovessero decidere di fermarsi oggi āˆ’ e chiaramente non ĆØ quello che ci e gli auguriamo āˆ’ si sarebbero comunque giĆ  guadagnati il loro importante posto nel rock del nuovo millennio.

2026 | XL

IN BREVE: 4,5/5