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Nothing But Thieves – Broken Machine

Se si potesse tradurre il percorso di una band in chiave scolastico-didattica, i Nothing But Thieves sarebbero da considerare studenti eccellenti il cui unico anno fuori corso non macchia neanche lontanamente il loro brillante rendimento. I cinque dell’Essex continuano a sfornare pezzi dall’impatto sonoro inaudito e potenzialmente destinati a diventare radiofonici, a prescindere dal fatto che vengano rilasciati come singoli.

Con soli due album in studio (è del 2015 il loro omonimo debutto), il gruppo non lascia minimamente trapelare una qualche forma di immaturità, né musicale né tantomeno personale, nonostante la giovanissima età anagrafica. Se con l’esordio il numero dei pezzi che restavano a mente era sostanzialmente alto, (“Excuse Me” e “Trip Switch” su tutti), con Broken Machine il bilancio è potenzialmente destinato a salire.

Si passa da Amsterdam, una scarica di chitarre sufficientemente potenti e urla sputate fuori, a Sorry, dalle linee ritmiche lievemente meno pulsanti e ritornelli conditi da armonie maggiori che rendono il pezzo godibilissimo. Nella parte centrale di Sorry appare una constatazione oggettiva da parte di Conor Mason (“Maybe I’m bad natured, or maybe I’m young”) ma, stando alla maggior parte delle riflessioni che propongono i testi dell’album, la mancanza di maturità è l’ultimo dato contestabile alla band: l’utilizzo, all’interno dello stesso pezzo, della metafora tra la fuga fisica e il dio Mercurio (“I runaway like Mercury”) è solo uno dei molteplici richiami simbolici, sociali, politici o religiosi.

In Live Like Animals si intuisce un riferimento al Pig Gate (lo scandalo che colpì David Cameron, reo di aver compiuto atti sessuali con un maiale morto ai tempi dell’università) per evidenziare gli effetti dannosi di un’informazione a volte volutamente errata, altre gonfiata, a cui fa da contorno il superego creato dai social network che trasforma l’utente in giornalista d’assalto, cultore della medicina e giudice integerrimo.

Insieme a tracce più energiche (I Was Just A Kid, AmsterdamLive Like AnimalsI’m Not Made By DesignGet BetterNumber 13), spiccano Soda, ballata languida e sensuale, e Hell, Yeah, che ricorda vagamente “Philadelphia” di Neil Young. La semplicità dei Nothing but thieves sta nel saper utilizzare linee armoniche essenziali, strumenti a sufficienza, dosi equilibrate di elettronica (quanto basta per non restarne risucchiati) e la voce ipnotica e sconcertante di Conor Mason, più vicina a quella di un soprano che a un artista alternative rock.

La versatilità di “Broken Machine” si rivela appieno quasi al primo ascolto, adattandosi perfettamente a contesti totalmente distanti tra loro: da una potenziale colonna sonora di serie TV (come è già successo per “Holding Out For A Hero”, utilizzata per il trailer della seconda stagione di “Vikings”) a uno spot d’autore. Cupi, incazzati, a tratti frustranti ma al tempo stesso dalle armonie conturbanti e dai contenuti tutt’altro che scontati, i Nothing but Thieves sono, a oggi, un ritorno più che gradito.

(2017, RCA / Sony)

01 I Was Just A Kid
02 Amsterdam
03 Sorry
04 Broken Machine
05 Live Like Animals
06 Soda
07 I’m Not Made By Design
08 Particles
09 Get Better
10 Hell, Yeah
11 Afterlife
12 Reset Me
13 Number 13
14 Sorry (Acoustic)
15 Particles (Piano Version)

IN BREVE: 3/5

Lejla Cassia
Catanese, studi apparentemente molto poco creativi (la Giurisprudenza in realtà dà molto spazio alla fantasia e all'invenzione). Musicopatica per passione, purtroppo non ha ereditato l'eleganza sonora del fratello musicista; in compenso pianifica scelte di vita indossando gli auricolari.