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Protomartyr – Hotel Usona

Joe Casey, voce e concetto dei Protomartyr, è uno dei più bravi in circolazione nel mettere nero su bianco la realtà che gli si propone sotto gli occhi giorno dopo giorno, vedi quel “Ultimate Success Today” del 2020 in cui la crisi climatica era uno spauracchio terribile che, oggi, è diventato ancora più terribile, oppure “Formal Growth In The Desert” del 2023 in cui dominava il disorientamento impostoci dalla pandemia. In questo senso il settimo lavoro in studio della band di base a Detroit, Hotel Usona, non fa differenza e anzi affonda ancora di più il colpo, visto che Casey ha immaginato gli Stati Uniti come fossero un hotel, pieno di stanze all’interno delle quali ci sta un piccolo drammatico pezzo dell’attuale realtà americana, pezzi che messi tutti insieme dipingono un quadro decisamente lugubre. La realtà che ti prende a schiaffi ogni giorno e ogni giorno di più.

Come dicevamo, Casey non si tira mai indietro quando c’è da sputare sentenze per processi purtroppo mai iniziati, vedi Exalted Eagles in cui l’attacco a un certo retrogrado nazionalismo, al patriottismo malato e al suprematismo la fa da padrone (“Hail, white god, that’s the policy / Male supremacy, that’s the policy”), roba che di questi tempi sta devastando gli Stati Uniti e non solo, trasformando il più classico sogno americano in un incubo a occhi aperti. Oppure l’iniziale The Old Hotel, che inaugura il disco con il più macabro dei benvenuto (“Welcome back to the dream of a rotting mind / The rooms are half-empty / The hallways are where you’ll survive”). Mentre Feed The Sewer, che è anche il maggior punto di contatto con le abrasioni tipicamente punk dei Protomartyr di inizio carriera, si scaglia contro i danni causati da tecnologie come l’AI, che mettono a rischio tanto l’ambiente quanto potenzialmente l’intera sopravvivenza dell’umanità.

Ma “Hotel Uson” è un disco che musicalmente lancia la band in altri territori rispetto al passato: i fiati tra l’avvolgente e il disturbante che percorrono la già citata The Old Hotel, ad esempio, caratterizzano un pezzo che ripiglia i consueti parametri post punk dei Protomartyr ma declinati in una chiave dalle tinte jazzate. Ma i fiati, che non sono certo una novità nella musica di Casey e soci, in “Hotel Usona” non sono più soltanto un elemento di contorno, messo lì a condire la portata principale, qui diventano parte integrante e fondamentale della narrazione di Casey, ne assecondano le elucubrazioni, sottolineano i passaggi più cupi e infami di chi/cosa vive l’hotel, proprio come in Sounds We Cannot Hear, in cui s’innestano anche archi disorientanti, nei minimali sei minuti di The Knife Dream o in quello stupendo incastro di ritmiche post punk, fumi trip hop e variabili ambient che è Lavender – Gospel. Fino alla conclusiva Checking Out, quasi otto minuti in cui aleggia il David Bowie di “Blackstar”, e va da sé come si tratti di un complimento a dir poco gigantesco.

Il lavoro già iniziato dai Protomartyr con “Ultimate Success Today”, album in cui per la prima volta avevano iniziato a mettersi davvero in gioco con suoni diversi da quelli del solito ottimo post punk che gli apparteneva (e che continua ad appartenergli), in “Hotel Usona” arriva definitivamente a compimento, elevando la band di Detroit a quello status che gli consente di essere totalmente liberi di sperimentare, di aggiungere, di togliere, di rischiare anche, rimanendo comunque incisivi e profondi come pochi altri a loro contemporanei, una dimensione dove la forma è mutevole e diventa solo il passeggero contenitore di parole davvero significative. E cupe, tristemente cupe.

2026 | Domino

IN BREVE: 4/5