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Sevdaliza – Shabrang

Quando nel 2017 uscì “Ison”, il debutto sulla lunga distanza di Sevdaliza, fu evidente come quella ragazza olandese dai natali iraniani avesse tra le mani circa tre o quattrocento scatole stracolme di pensieri cui dare fondo, oltre che il modo giusto per tirarli fuori. Amore, frustrazioni, ferite visibili e invisibili, angosce e sofferenza, tutte sfumature che Sevdaliza conosce bene e che se in “Ison” trapelavano, in questo Shabrang esplodono letteralmente, a partire dall’artwork che la vede ritratta con un occhio tumefatto.

Nonostante la proposta di Sevdaliza fosse − com’è ancora − multiforme, in “Ison” erano le striature trip hop ad avere il sopravvento su tutto, pulsazioni fumose che percorrevano da cima a fondo le sedici tracce del disco. Qui in “Shabrang” quel tipo di insegnamenti restano ancora forti, perfettamente udibili in tracce come Dormant (che ha l’afflato cinematograficamente noir dei Portishead), la seguente Wallflower o Rhode (che si stagliano più sul versante Massive Attack), ma è un lavoro che gioca più di sottrazione del predecessore, un album che prova a staccare quante più spine possibili.

In questo senso, già l’apertura affidata a Joanna traccia la strada delle Sevdaliza targata 2020, un minimalismo pop soul che dà ragione a chi già tre anni fa l’aveva inserita in quel calderone avant pop che ha in un’artista fenomenale come FKA Twigs la sua massima esponente. Habibi fa questo con tanto di auto-tune non invasivo e pianoforte, Oh My God invece interpreta lo stesso concetto in chiave marcatamente pop, Gole Bi Golgoon (cover di un pezzo in farsi dell’iraniana Googoosh) e Human Nature si declinano su archi dal sapore etnico, fino a Darkest Hour che indossa una maschera synthwave, a completare un quadro composito ma convincentemente coerente nel suo insieme.

È chiaro come una lavoro della fattura di “Shabrang” possa risultare concettualmente complicato, assimilabile solo dopo un lungo e lentissimo processo di Ascolto in cui la A maiuscola non è affatto un refuso. Ma succede perché complicata, complessa e sfaccettata è la stessa Sevda Alizadeh, lo sono il suo modo di mettersi a nudo, la sua visione oltranzista delle forme espressive come catarsi dell’autore, lo era “Ison” e lo è ancora di più “Shabrang”, un disco frutto di un’indipendenza (ancora una volta Sevdaliza ha fatto tutto in proprio) e di una libertà sentimentale (non nel senso relazionale del termine) ammirevoli e coinvolgenti.

(2020, Twisted Elegance)

01 Joanna
02 Shabrang
03 Lamp Lady
04 All Rivers At Once
05 Habibi
06 Dormant
07 Wallflower
08 Gole Bi Golgoon
09 Darkest Hour
10 Oh My God
11 Eden
12 Human Nature
13 No Way
14 Rhode
15 Comet

IN BREVE: 4/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.