Home RECENSIONI Shame – Drunk Tank Pink

Shame – Drunk Tank Pink

L’ondata post punk (nelle sue infinite declinazioni) che ha visto trionfare molte band lo scorso anno sta proseguendo il suo corso ininterrottamente anche in questo 2021: insieme al ritorno degli svedesi Viagra Boys, è arrivato anche il turno dei londinesi Shame. Il loro valido debutto “Songs Of Praise” (2018) li aveva portati a suonare ovunque e ad essere apprezzati per il loro sound, ottenuto miscelando le atmosfere tipiche degli anthem indie rock all’energia del punk rock.

Prodotto da nientepopodimeno che James Ford (Arctic Monkeys, Florence And The Machine, Gorillaz, Foals), Drunk Tank Pink è dedicato all’attuale periodo di stop alla musica dal vivo e a quella quiete che in tempi come questi riesce a risultare perfino assordante. “Diventi consapevole di te stesso quando la musica si ferma e resti in silenzio. Il nuovo disco parla proprio di questo silenzio”, ha affermato il frontman Charlie Steen in merito al tema portante dell’album, al quale si agganciano la monotonia, i crolli emotivi, l’uso dei social e la solitudine, e il cui titolo deriva da una particolare gradazione di colore rosa, utilizzata per calmare i detenuti violenti.

Rispetto al suo predecessore, la componente funk e quella elettronica sono molto più presenti e poste in evidenza, il che è indice di un’ambiziosa ricerca (soprattutto da parte del chitarrista Sean Coyle-Smith) di nuove sonorità maggiormente definite e distintive. Esse riescono a riflettere il contenuto dei testi e rimandano subito alle sperimentazioni art punk dei Talking Heads, includendo anche influenze che vanno dai più complessi e poliedrici Talk Talk, fino alla highlife di Fela Kuti e ai poliritmi degli ESG.

Le chitarre frammentate e le pesanti linee di basso della nervosa Alphabet aprono il disco, concedendo all’ascoltatore il tempo sufficiente per abituarsi alle nuove scelte stilistiche della band, qui visibili in particolare nella sezione ritmica, e fungono da introduzione per la sperimentale e giocosa Nigel Hitter. Born In Luton è un altro esperimento portato all’eccesso e sembra un vero e proprio viaggio sulle montagne russe con i suoi repentini cambi di passo, mentre la dinamica March Day torna alle classiche atmosfere post punk.

Tra le tracce più interessanti dell’albumvi sono l’efficace Water In The Well e l’oscura Snow Day, i cui protagonisti assoluti sono i riff di batteria di Charlie Forbes, a cui segue, scendendo ancora di un tono, la più minimale e sofisticata Human, For A Minute. Spinge di colpo sull’acceleratore la breve frenesia punk rock di Great Dog, mantenendo tale velocità nella contraddittoria 6/1 e nella distruttiva e incalzante Harsh Degrees, altro pezzo di rilievo. Il lento climax ascendente di Station Wagon, brano di maggior durata, sembra condurci gradualmente fuori da un tunnel, per poi spiccare il volo e disgregarsi poco a poco, concludendo il disco in maniera ottimista.

“Drunk Tank Pink” può essere già incluso senza ombra di dubbio tra i lavori degni di nota di quest’anno appena iniziato, sia per la nuova e azzeccata direzione intrapresa dal gruppo in materia di sound, grazie a uno studio della scena avanguardistica di fine anni Settanta e inizio Ottanta, sia per il modo intelligente e umoristico con cui riesce ad affrontare delle tematiche esistenziali, lasciandoci uno spiraglio di luce e una piccola speranza in attesa di un nuovo inizio, anziché un’aura di cupa rassegnazione.

(2021, Dead Oceans)

01 Alphabet
02 Nigel Hitter
03 Born In Luton
04 March Day
05 Water In The Well
06 Snow Day
07 Human, For A Minute
08 Great Dog
09 Harsh Degrees
10 6/1
11 Station Wagon

IN BREVE: 4/5

Martina Vetrugno
Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, fotografia e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (più o meno) veloce.