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Smashing Pumpkins – CYR

È da tutta una vita che Billy Corgan prova a superarsi, ad andare oltre limiti tanto propri quanto comuni alla stragrande maggioranza dei suoi colleghi, una smania alle soglie del patologico di mettere in mostra la propria grandeur, di dimostrarsi il numero Zero in una generazione di numeri uno. E bisogna dargli atto che, piaccia o meno, gli Smashing Pumpkins non hanno mai suonato uguali a se stessi nelle loro oramai numerose incarnazioni, e che di pietre miliari ne hanno levigate più d’una. Al di là del suono, dello stile di cui volta per volta s’è fatta portatrice la sua creatura, Billy ha sempre avuto il pallino dell’album doppio, del concept, una voglia irrefrenabile di incidere con punteruoli arroventati la sua ammirevole − ma non per questo sempre opportuna − bulimia compositiva.

È chiaro che se torniamo indietro al 1995, a quel “Mellon Collie And The Infinite Sadness” di cui abbiamo da poco celebrato il quarto di secolo, c’è poco da obiettare, a conti fatti uno dei doppi più significativi della storia del rock. Ma Billy c’aveva riprovato già pochi anni dopo, nel 2000, quando voleva che “Machina” fosse un altro monolite da qualche decina di brani: un progetto poi naufragato (ma il secondo disco, “Machina II”, è comunque riuscito a licenziarlo, sebbene in via ufficiosa) in un mare in tempesta su cui soffiavano da un lato la ritrosia della casa discografica e dall’altro le lacerazioni all’interno della band. Negli anni a seguire, quelli degli a dir poco opinabili Pumpkins 2.0, Billy più di una volta ha lasciato intendere di volerci provare nuovamente, ancora fermamente convinto che un ideale seguito di “Mellon Collie” potesse davvero essere possibile. Fortunatamente per lui, ma un po’ anche per noi, questo non è successo, perché quei Pumpkins lì sono stati qualcosa di davvero deprimente, come abbiamo avuto modo di dire in svariate altre occasioni.

Forte del ritorno in pianta stabile al suo fianco di due equilibratori come James Iha e Jimmy Chamberlin, di una serie esplosiva di live che ne hanno rinverdito i fasti e del discreto apprezzamento riscosso da “Shiny And Oh So Bright, Vol. 1 / LP: No Past. No Future. No Sun.” (2018), Billy deve aver pensato che fosse arrivato il momento giusto per tentare ancora una volta l’impresa. Ed ecco così che ci ritroviamo fra le mani CYR: due dischi, venti tracce e quella sensazione a metà tra l’umana curiosità e il terrore serpeggiante che c’aveva presi negli anni pre-reunion (chiamiamola così) ogni qual volta Corgan s’era lanciato in proclami. Come dicevamo all’inizio, i Pumpkins in un modo o nell’altro non si sono mai ripetuti e non lo fanno neanche stavolta: in “CYR” a farla da padroni sono i synth, come mai prima nella storia della band. Non quelli goticheggianti dell’inspiegabilmente sottostimato “Adore” del 1998 e neanche quelli plasticosi dell’orripilante “Oceania” del 2012. I synth di “CYR” danno ai Pumpkins una forma pop che Corgan e i suoi non avevano mai avuto, con tutti i pro e i contro del caso.

L’iniziale The Colour Of Love traccia il sentiero, col suo incedere post punk dovuto al battito à la New Order. Ma sono diversi i passaggi interessanti, specie quelli in cui una coltre più scura ricopre il tutto: è il caso di Wyttch, la traccia più marcatamente rock e graffiante dell’album, uno dei pochi momenti in cui Iha e Chamberlin tornano a far sentire le loro rispettive competenze; oppure Purple Blood, che ha lo stesso graffio ma confuso in mezzo a strati di inquietanti synth. Ancora da segnalare l’accoppiata Wrath/Ramona, vera quota eighties di un album che flirta in continuazione con quelle sonorità, poi l’incedere anthemico del singolo/title track Cyr ma anche di Adrennalynne e The Hidden Sun, la testimonianza migliore dell’approccio pop di questi Smashing Pumpkins.

Inevitabile, vista la mole di materiale contenuta nel disco, che una manciata di passaggi risultino a vuoto, vedi Birch Grove, Haunted o Tyger, Tyger, che con i sintetizzatori ci giocano un po’ troppo e si perdono in eccessi banalizzanti. Ma il fatto stesso che, ripetitivamente, abbiano più o meno la stessa struttura degli altri brani della tracklist, li rende meno dannosi nella valutazione complessiva dell’intero “CYR”, filler songs che svolgono il loro ruolo senza infamia e senza lode.

Sarà perché è tornato a fare musica con i compagni di una vita, sarà perché la maturità e l’esperienza qualcosa di buono devono pur portarla, fatto sta che Billy Corgan ha timbrato un lavoro, il secondo consecutivo (anche se quello del 2018 era un disco che puntava più sui rimandi al passato), migliore di quanto fatto da “Machina” in poi, diverso, a tratti spiazzante ma che, nonostante la prolissità, si fa ascoltare con piacere perché pieno zeppo di melodie facili e convincenti, senza troppe elucubrazioni. Nell’attesa che arrivi il vero successore di “Mellon Collie”, già annunciato per il prossimo anno (e speriamo bene), “CYR” pone buone basi per questa terza vita degli Smashing Pumpkins.

(2020, Sumerian)

01 The Colour Of Love
02 Confessions Of A Dopamine Addict
03 Cyr
04 Dulcet In E
05 Wrath
06 Ramona
07 Anno Satana
08 Birch Grove
09 Wyttch
10 Starrcraft
11 Purple Blood
12 Save Your Tears
13 Telegenix
14 Black Forest, Black Hills
15 Adrennalynne
16 Haunted
17 The Hidden Sun
18 Schaudenfreud
19 Tyger, Tyger
20 Minerva

IN BREVE: 3/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.