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Snail Mail – Ricochet

In tempi di sovraesposizione come quelli che stiamo vivendo, in cui se un artista s’assenta dai social network per una settimana rischia di sparire dai radar e pagare un conto di visibilità davvero salato, suona un po’ come un atto di ribellione e indipendenza attendere cinque anni tra un disco e l’altro. Ancora di più se a farlo è un’artista giovane e in ascesa come Snail Mail, che con appena due album, “Lush” del 2018 e “Valentine” del 2021, era riuscita a imporsi con uno stile personale e ambizioni importanti. Questi cinque anni non sono stati facili per Lindsey Jordan, ha dovuto affrontare prima un intervento chirurgico per dei polipi vocali e il successivo periodo di faticosa riabilitazione, poi il trasferimento da quella New York che era stata teatro dei suoi inizi a Greensboro, nel North Carolina, per quella che è stata un po’ una fuga dal fragore della metropoli alla ricerca di una quiete che potesse aiutarla a recuperare e rimettere insieme i pezzi del suo fare musica. Insomma, un po’ di sbattimenti vari ed eventuali per una ragazza ancora giovanissima.

Ricochet è dunque un disco transitorio, che vede Jordan impegnata a ritrovare la sua musica e la sua voce, registrato un po’ nella vecchia e un po’ nella nuova casa (con Aron Kobayashi Ritch dei Momma alla produzione), un disco che mantiene la luminosità di sempre, con quella freschezza che appartiene al cento per cento all’immaginario che Snail Mail ha saputo creare col debutto e col successore e che continua a sussistere anche qui, sebbene le tematiche trattate siano molto diverse dal passato. Ecco, la scrittura di Jordan è sempre in primo piano e non potrebbe essere altrimenti, lei non è una che ha mai scritto (solo) per gli altri, scrive per se stessa, per autoimporsi una qualche forma di terapia. Ma in “Ricochet” le questioni di cuore, che impregnavano i suoi primi due album, non sono più il fulcro su cui ruotano i testi: le vicissitudini della sua vita e la maturità, infatti, l’hanno portata a considerazioni diverse, sulla mortalità (palese in Hell), sul fatalismo (come nella title track) e più in generale sull’accettazione dell’inevitabile trascorrere del tempo e di ciò che il mondo ha in serbo per ciascuno di noi.

Non è quindi un caso che, anche dal punto di vista della performance vocale, in “Ricochet” Jordan abbia virato su un certo contenimento, meno spleen adolescenziale, meno eccessi e meno esplosività in favore di un approccio che va benissimo definire riflessivo, a fare il paio proprio con le tematiche trattate nel disco. Una circostanza voluta dal punto di vista concettuale e subita da quello strettamente fisico. Il contesto sonoro in cui continua a muoversi Snail Mail, invece, è quello dell’alternative rock nineties più atmosferico, ancora una volta è facilissimo tirare in ballo gli Smashing Pumpkins e non potrebbe essere altrimenti, visti ad esempio l’utilizzo fatto degli archi (vedi Light On Our Feet) e il modo di ammaestrare la dirompenza delle chitarre (vedi Dead End), tutti elementi che ricordano irrimediabilmente il mondo agrodolce dipinto negli anni da Billy Corgan e i suoi. Una comfort zone per Lindsey, il posto giusto dove cercare riparo.

2026 | Matador

IN BREVE: 3,5/5