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Still Corners – The Last Exit

L’immaginario dream pop, che dagli anni ’80 a oggi ha regalato una quantità infinita di evoluzioni e reinterpretazioni, nel nuovo millennio ha vissuto una crescita incessante, un continuo e circolare andirivieni di voci eterei, frasi sussurrate, corde morbide e tastiere spugnose. Gli Still Corners, che debuttavano dieci anni fa con “Creatures Of An Hour” (2011) inondandoci con la loro personale visione di quell’immaginario, non proponevano anch’essi nulla di nuovo, ma era evidente fin da quell’esordio che la formula di Greg Hughes e Tessa Murray non fosse “finita”, che la loro fosse una strada tutta da percorrere e senza una direzione chiaramente individuata.

Poco a poco, nel corso di questo decennio, i due hanno prima ripreso in mano l’acustica (“Strange Pleasures”, 2013), poi flirtato col synthpop (“Dead Blue”, 2016) e infine rallentato allo sfinimento il tutto (“Slow Air”, 2018). Riprendendo le fila dei loro primi quattro album, così, si comprende come The Last Exit ne sia la prosecuzione diretta e prevedibile, visto che compie ancora un ulteriore passo verso l’americanizzazione del loro sound, già iniziata in modo convincente tre anni fa e supportata da un effettivo trasferimento negli Stati Uniti. “Desert noir”, così si sono autodefiniti Greg e Tessa, ed effettivamente non potevano trovare etichetta migliore per timbrare “The Last Exit”, visto che è lì nel deserto del Mojave, dove tanti altri prima di loro hanno cercato e trovato ispirazione, che gli Still Corners sembrano aver messo radici.

La title track che apre il disco è in questo senso un manifesto bello e buono, viaggia fra le corde di una meravigliosa acustica westernata e ritmati tocchi sui tasti del piano, con la voce di Tessa che avvolge il cuore e accompagna tra la sabbia a perdita d’occhio (“I’m drifting off to nowhere / The past an echo on my mind / In the middle of the desert / The devil trailing just behind”). La linea sintetica che percorre Crying segna il passo, butta uno sguardo ai chilometri già percorsi in quella highway che è la discografia degli Still Corners e procede spedita su tonalità psych che calzano a pennello al duo, lanciando la volata a White Sands che è l’unico passaggio dell’album in cui la macchina va a velocità più sostenuta.

La parte centrale del disco giustifica appieno la definizione “desert noir” di cui sopra: la strumentale Till We Meet Again accompagna un meraviglioso notturno illuminato dalla luna piena, A Kiss Before Dying è intrisa di romanticismo decadente e percorsa da arpeggi caldi e sinuosi, Bad Town dà fondo alla sensibilità folk di Hughes con un finale sporco e ancestrale, Mystery Road invece è l’esempio più calzante di come la dimensione degli Still Corners poggi le sue basi su un forte afflato cinematografico, sempre in crescendo dagli esordi a oggi.

I languori di Static riportano alla mente quelli di Chris Isaak ed è un gran bel sentire, con la voce di Tessa che sforna una delle sue prove migliori, costantemente in bilico tra sacro e profano, mentre in It’s A Voodoo è ancora la chitarra di Greg a condurre il gioco, l’incedere è arrembante, a tratti blueseggiato e porta direttamente ai ricami desolati dell’altra strumentale Shifting Dunes. In chiusura, poi, arriva con Old Arcade il definitivo gancio con i veri maestri di questi Still Corners formato stelle e strisce, ovvero i Mazzy Star: “Time wasted is a waste of time”, invoca Murray col suo timbro profondo, il calore di un tramonto di fine estate ne pervade l’espressività e le corde indolenti di Hughes fanno il resto, suggellando nel migliore dei modi l’incontro tra venature dreamy, psichedelia agrodolce e melodie accattivanti.

“The Last Exit” è in definitiva un lavoro bellissimo, di quella bellezza senza spazio e senza tempo che raramente capita d’incontrare, sospesa e fluttuante, un lavoro intenso e totalmente a fuoco che prende spunto in modo intelligente senza perdersi nei meandri di quel fanatismo revivalistico che è sempre, sempre, sempre dannoso. Un lavoro che ci auguriamo possa rappresentare il definitivo trampolino di lancio per questo progetto di cui s’è sempre parlato troppo poco.

(2021, Wrecking Light)

01 The Last Exit
02 Crying
03 White Sands
04 Till We Meet Again
05 A Kiss Before Dying
06 Bad Town
07 Mystery Road
08 Static
09 It’s Voodoo
10 Shifting Dunes
11 Old Arcade

IN BREVE: 4/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.