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Temples – Hot Motion

Nel 2017 parlando di “Volcano”, il loro secondo lavoro in studio, dicevamo che ai Temples sarebbe bastata un po’ più di voglia di rischiare per scrollarsi di dosso accostamenti ingombranti (roba come i Beatles guardando al passato, roba come i Tame Impala guardando al presente) e innalzare sensibilmente l’asticella della loro proposta. Una proposta che già con il debutto “Sun Structures” (2014) aveva attirato attenzioni trasversali, comprese quelle di colleghi illustri come Noel Gallagher e Johnny Marr, per quanto queste possano valere (per i Temples siamo sicuri siano valse parecchio).

Nonostante il cambio d’etichetta (sono passati dalla Heavenly alla ATO) e la riduzione della formazione a un trio con l’abbandono del batterista Samuel Toms, i Temples c’hanno messo pure meno tempo che tra esordio e sophomore per partorire questo Hot Motion, segno di una certa urgenza nel cavalcare una spinta compositiva che James Bagshaw e soci hanno dimostrato di sentire sempre in maniera intensa e che hanno condensato nei mesi trascorsi nella campagna inglese per lavorare su “Hot Motion”.

Al nostro auspicio di inizio recensione i Temples danno una risposta nella teoria e un’altra nella pratica. Nella teoria, infatti, “Hot Motion” è un lavoro ben più scuro dei suoi predecessori, con una sezione ritmica nettamente più incisiva e corposa in barba all’addio di Toms (su tutte segnaliamo The Howl) e, al contempo, un’attenzione maggiore alla presa di alcuni refrain a scapito delle divagazioni lisergiche (vedi Context). Bene, si potrebbe dire, i Temples hanno tirato fuori dal mazzo qualche altra carta.

Nient’affatto, è solo una facciata, perché nella pratica a comandare sono sempre le scelte “facili” (ancorché “difficili” da applicare a dovere), quelle che li portano a una cavalcata classica per il genere di riferimento come la title track che apre le danze, oppure alle atmosfere barrettiane di Holy Horses e al taglio smaccatamente beatlesiano di Atomise, giusto una manciata di esempi rappresentativi per l’intero disco, che non si discosta davvero mai realmente da un solco già profondissimo con appena due album alle spalle.

C’è però che “Hot Motion” in fin dei conti suona davvero bene e non è certo una novità, perché il gusto nell’accostare soluzioni vintage e marcate vene pop ai Temples non è mai mancato. Inoltre, se ci trovassimo a scegliere qualcuno che nell’immenso panorama della nuova psichedelia possa rappresentare al meglio la continuità con l’ineguagliabile eredità sixties di colossi come Beatles o Pink Floyd, probabilmente la nostra scelta ricadrebbe ancora su di loro, seppure l’atteggiamento palesato qui dai tre sia apparso tutt’altro che orientato a una reale evoluzione.

Ma il futuro della band necessita qualcosa in più del solito compitino ben svolto, serve un colpo di coda degno dei paragoni tirati in ballo, altrimenti il rischio di perdersi nel revivalismo – scongiurato per un pelo con “Hot Motion” –  potrebbe finire per fagocitarne le ambizioni e far fare ai Temples la fine – momentanea, ci auguriamo – dei connazionali TOY: giovani di bellissime speranze talmente aggrovigliati sui propri ascolti da rimanerne soffocati.

(2019, ATO)

01 Hot Motion 
02 You’re Either On Something
03 Holy Horses
04 The Howl
05 Context
06 The Beam 
07 Not Quite The Same 
08 Atomise 
09 It’s All Coming Out 
10 Step Down 
11 Monuments

IN BREVE: 3/5

Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di vinili, CD e musicassette. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.