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Temples – Volcano

Che i Temples avessero tutte le carte in regola per ritagliarsi spazio e un’importante fetta di pubblico nello zoccolo retromaniaco mondiale lo sapevamo già, era bastato l’esordio “Sun Structures” del 2014 a smascherarli, presentandoci una band giovane, con l’argento vivo addosso e la giusta dose di ammiccamenti classici.

A proposito del debutto, non ci voleva chissà cosa per individuarne con semplicità i punti di riferimento: tutta la psichedelia sixties, ovviamente, ma anche qualche maestro moderno che, ben prima di loro, aveva ripreso fra le mani le fila del gioco lisergico adattandolo ai nostri tempi: leggasi Tame Impala. Ecco, Kevin Parker e i suoi, che all’inizio potevamo anche pensare affini ai Temples giusto per questioni anagrafiche e di produzione, si dimostrano in Volcano un vero faro per James Edward Bagshaw e i suoi e il motivo è chiaro: i Temples con questo sophomore compiono un lineare percorso nella direzione di quei suoni sintetici cui i Tame Impala sono arrivati del tutto al terzo album e che loro anticipano invece al secondo.

Un bene? Un male? Certo è che la ricerca di un percorso personale subisce, così, una decisa frenata, è proprio impossibile non evidenziare i forti elementi di corrispondenza con la formazione australiana. Però – ed è qui che i Temples tirano fuori la classe – bisogna anche ammettere come “Volcano” sia un album che, messo lì a girare tutto di filato, non stanca mai un attimo.

L’apertura con Certainty, che era stato anche il primo singolo estratto dal disco, racchiude già bene l’anima dell’intero lavoro, con quei beat martellanti e le tastiere a reclamare attenzioni, a fare il paio con la seguente All Join In. I Beach Boys in acido di Born Into The Sunset, i Talking Heads di mezzo di Roman God-Like Man, il tocco più marcatamente pop di Open Air, sono tutti segni di come i Temples abbiano virato su suoni volutamente più easy e refrain più incisivi. La quota classica c’è sempre ed è una fortuna perché i Temples sanno farla propria come pochi altri, vedi il sapore barrettiano di Oh The Saviour e In My Pocket, i Pink Floyd spaziali che si fanno largo in How Would You Like To Go? o le ricorrenti spruzzate progressive e gli omaggi alla scena di Canterbury che ammantano svariati passaggi di svariati brani.

Poi però, proprio alla fine, spunta l’altro singolo Strange Or Be Forgotten e allora torniamo alle considerazioni iniziali, a quei Tame Impala che ormai sono i numeri uno delle nuove leve psych pop e che album come “Volcano” non fanno altro che confermare in quella posizione. Per i Temples la strada è spianata: gusto, punti di riferimento di spessore, attenzione al presente, innegabile bravura nella ricerca delle melodie. Un po’ di “rischio” in più e il salto di qualità sarà definitivamente compiuto.

(2017, Heavenly)

01 Certainty
02 All Join In
03 I Wanna Be Your Mirror
04 Oh The Saviour
05 Born Into The Sunset
06 How Would You Like To Go?
07 Open Air
08 In My Pocket
09 Celebration
10 Mystery Of Pop
11 Roman God-Like Man
12 Strange Or Be Forgotten

IN BREVE: 3,5/5

Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di vinili, CD e musicassette. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.