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Tricky – False Idols

Sarà la sbronza mediatica per il nuovo Daft Punk (il cui valore trovo assolutamente discutibile), sarà che lui non ha mai fatto nulla per mantenersi sulla cresta dell’onda negli ultimi tre lustri, ma Tricky e il suo nuovo False Idols rischiano di passare in sordina.

In verità si potrebbe glissare su tutto quel che è successo nella sua carriera dal 1995 ad oggi. Sembra che nulla sia cambiato, che nulla si sia evoluto da quando “Maxinquaye” lo proiettò con merito nel gotha del trip-hop. Col tempo è andata persa la freschezza compositiva e di certo voglia di esplorare nuovi territori sonori ce n’è stata fin qui poca. Forse Tricky è stato sopravvalutato e ha solo approfittato di un periodo storico a lui propizio. D’altro canto, la cocciutaggine stilistica assunta gli ha consentito di arrivare al 2013 forte di una certa rispettabilità, facendone uno degli ultimi (se non l’ultimissimo) baluardi del Bristol-sound, ormai consunto e fuori moda, ma sempre carico di fascino.

Il modo migliore per avvicinarsi a “False Idols” è quindi il non aver pretese di rivoluzione. Non è più tempo. Tricky riparte dalle solite certezze: dai beat lenti e da atmosfere chiaroscurali, da melodie ora sussurrate, ora intrise di femminea malinconia, il tutto a elevato tasso erotico.

La partenza di Somebody’s Sins è strisciante e genera un’attesa disturbante, come se una bomba stesse ticchettando sotto il tavolo senza mai esplodere. “False Idols” è monocromatico, le sfumature sono impercettibili e tutti i brani rispettano il consueto copione fatto di campionamenti e rimandi ai Massive Attack di “Heligoland” (Tribal Drums, If Only I Knew), di languide nenie (Chinese Interlude) e balzi nel passato che rievocano certe hit anni Novanta (Passion Of The Christ che, non so perché, mi ricorda l’ambiente sonoro di “Seven Seconds”). Se la fedeltà al proprio stile è un pregio, non può però essere un alibi per celare le deficienze di un album accartocciato su se stesso e che soltanto nella dolente Nothing’s Changed e negli impulsi pop di Nothing Matters concede qualche sussulto emotivo. Ed è pochissimo per una scaletta che conta ben 15 tracce.

Ok l’ortodossia, ok il glorioso passato, ma quando nel presente latita il pathos, c’è poco da salvare e la nomea non basta, anzi, castra. In parole crude, se tra qualche mese di “False Idols” io e voi dovessimo dimenticarcene, non credo che sarà un così grave peccato.

(2013, !K7 / False Idols)

01 Somebody’s Sins
02 Nothing Matters
03 Valentine
04 Bonnie & Clyde
05 Parenthesis
06 Nothing’s Changed
07 If Only I Knew
08 Is That Your Life
09 Tribal Drums
10 We Don’t Die
11 Chinese Interlude
12 Does It
13 I’m Ready
14 Hey Love
15 Passion Of The Christ

Starnazza dietro il microfono per la sua band stoner, gli Jussipussi, e spiccherà presto il decollo col suo progetto solista Blackwhale. Sfornella per il suo blog culinario Uomo Senza Tonno e bazzica su Il Cibicida dal 2006.