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Viet Cong – S/T

vietcongalbumVenti giorni. Non si è fatto aspettare poi molto uno dei primi, grandi album dell’anno appena inoltrato. I Viet Cong vengono da Calgary, Alberta; sono in quattro, e metà di loro faceva già parte dei Women, altra combo Flemish Eye/Jagjaguwar finita in tragedia a causa della prematura scomparsa del chitarrista Christopher Raimer. Good news for people who love bad news, avrebbero specificato i Modest Mouse. Giunti dalla pubblicazione di un’interessante cassetta (“Cassette”, per l’appunto, da buona tradizione est-etica punk) nel 2014, la band fa capolino tra le due vecchie etichette di cui sopra per incidere l’autentico, omonimo, graditissimo esordio. Bang.

Newspaper Spoons, traccia d’apertura, è già un’insegna a caratteri cubitali che recita: “Stop Here”. Ritmica post-punk, distorsioni noise, cori art-rock e coda pop. Una specie di leviatano che andrà contorcendosi su queste stesse basi lungo i suoi trentasette, affilatissimi minuti di narrazione sonora. Se la classica forma-canzone di Pointless Experience emana classe da vendere, March Of Progress è qualcosa d’imprevedibilmente ardito e quasi perfettamente bilanciato. Intro indietronica à la Caribou e tessitura vocale psichedelica, pronta ad esplodere in uno splendido rantolo degno dei migliori New Order. «Novantadue minuti di applausi», avrebbe detto qualcuno.

Il gruppo processa appieno la materia alt- dalla seconda metà degli anni ‘70 in poi, invitando al banchetto fratelli math (Bunker Buster) e sorelle new wave (Silhouettes) mantenendo altissimo il livello dell’offerta, per concludere il pasto nudo con la caparbia, inesauribile Death. Capitolo a parte, volontariamente evitato, merita quella rara gemma ch’è Continental Shelf: singolo e manifesto dell’opera, capace di metter d’accordo asperità e wall of sound con morbidezze pop e memorabili refrain.

Viet Cong, come immediatamente specificato in apertura, è un oggetto che spesso si ripresenterà lungo le quattro stagioni ancora innanzi, chiedendo pegno a tutte le classifiche che si rispettano, a meno di clamorosi colpi di teatro. Duttile e incisivo, utopico e distopico, melodico e disarmonico al contempo, se non merita la vostra attenzione è segno che, forse, dovreste pensare seriamente di appendere le cuffie al chiodo.

(2015, Flemish Eye / Jagjaguwar)

01 Newspaper Spoons
02 Pointless Experience
03 March Of Progress
04 Bunker Buster
05 Continental Shelf
06 Silhouettes
07 Death

IN BREVE: 4/5

Michele Leonardi è nato. Vive, persino; da qualche parte. Per il resto, si affida momentaneamente a Sereni: “Nulla nessuno in nessun luogo mai”.