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Wolf Alice – Visions Of A Life

Perfetta incarnazione dell’indie rock degli anni ‘10, I londinesi Wolf Alice – dopo una gavetta tutto sommato lunga – avevano fatto un’ottima figura nel 2015, con un album d’esordio (l’apprezzabile “My Love Is Cool”) che conteneva una gemma di assoluto valore come “Silk”, valorizzata a dovere nella soundtrack di “Trainspotting 2”.

Le aspettative per questo secondo album erano dunque abbastanza alte e bisogna ammettere che non vengono tradite, a patto di sapere a cosa si va incontro: sgomberando i campi dai dubbi, i Wolf Alice non cambieranno certo la storia della musica e potranno probabilmente migliorare in modo significativo nel tempo soltanto di fronte a un ulteriore processo di maturazione in fase compositiva. Detto questo, le idee buone in questo Visions Of A Life ci sono, anche se non sempre messe perfettamente a fuoco: le iniziali Heavenward e Yuk Foo (tanto shoegaze la prima quanto punk la seconda) hanno suoni molto interessanti ma poco altro, e va anche peggio con la successiva Beautifully Unconventional, fin troppo banale.

I Wolf Alice aggiustano un po’ il tiro con Planet Hunter (i Joy Formidable sono più che un vago ricordo) e soprattutto l’eccellente Don’t Delete The Kisses, dove i giovani londinesi centrano finalmente l’obiettivo grosso, grazie anche alla voce sempre piacevole di Ellie Rowsell. Andando avanti con la tracklist, però, gli episodi convincenti latitano, lasciando spazio a soluzioni interessanti ma mal sviluppate (Sadboy ne è un perfetto esempio).

Si salva giusto la conclusiva title track, ma è troppo poco per una sufficienza piena: i Wolf Alice sono una band interessante, meritano sicuramente un’opportunità dal vivo ma non riescono ancora ad andare oltre una manciata di buoni pezzi per album.

(2017, Dirty Hit)

01 Heavenward
02 Yuk Foo
03 Beautifully Unconventional
04 Don’t Delete The Kisses
05 Planet Hunter
06 Sky Musings
07 Formidable Cool
08 Space & Time
09 Sadboy
10 St. Purple & Green
11 After The Zero Hour
12 Visions Of A Life

IN BREVE: 2,5/5

Una malattia cronica chiamata britpop lo affligge dal lontano 1994 e non vuole guarire. Bassista fallito, ma per suonare da headliner a Glastonbury c'è tempo. Nell'attesa lavora come farmacista, quando può viaggia per il mondo verso mete ricercate e scrive con passione per Il Cibicida dal 2009.