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Gli Strokes, il debutto con Is This It e l’estetica del rock del nuovo millennio

Strana coincidenza quella che vede Is This It, il primo album degli Strokes dato alle stampe il 30 Luglio del 2001, celebrare il suo venticinquesimo compleanno a pochi giorni di distanza dalla pubblicazione di “Reality Awaits”, il discusso nuovo album della formazione newyorkese (qui la nostra tutt’altro che entusiasta recensione). Strana coincidenza perché sembra fatto di proposito per sottolineare ulteriormente, come se non bastasse già il semplice ascolto a farlo, come di acqua sotto i ponti di Julian Casablancas e soci ne sia passata un’infinità. Un’acqua che, dopo il fulminante esordio valsogli un legittimo status di leggende, ha portato agli Strokes una parabola in costante galleggiamento tra il “vorrei ma non posso” e il “mi dispiace ma non riesco”. Un paio di altri dischi interessanti (soprattutto “Room On Fire” del 2003, ma in parte anche “First Impressions Of Earth” del 2006) e poco altro, tra litigi, pause di riflessione, progetti paralleli che hanno coinvolto i cinque e nuova musica a dir poco centellinata, così come l’attività dal vivo: sette anni tra “Comedown Machine” (2013) e “The New Abnormal” (2020), altri sei tra quest’ultimo e il disco di pochi giorni fa.

Eppure nonostante un percorso non sempre brillante, “Is This It” è stato uno di quei preziosi album di passaggio, connettori di epoche e generi, quelli che segnano indelebilmente il periodo in cui vengono pubblicati più che la storia della musica in senso assoluto. Nel 2001 il rock stava iniziando a riscriversi dopo quella fulminante catarsi chitarristica (ma anche tanto altro) che erano stati gli anni ’90, un rock alla ricerca di nuove radici indipendenti, di nuova linfa e di uno stacco netto con quanto di irripetibile era successo nel decennio precedente. Gli Strokes hanno così avuto il merito di essere fra i primi a contribuire alla riscrittura dei canoni del rock del nuovo millennio. In primis dal punto di vista di una nuova/vecchia estetica rispolverata per l’occasione, figlia di una New York in cui la coolness veniva e viene ancora prima di tutto, prima della sostanza, prima delle idee, prima del concetto. Quindi giacche di pelle à la Ramones ma griffate, jeans skinny e maglie a strisce orizzontali solo apparentemente acquistate nei mercatini dell’usato, tutta roba che ogni ventenne di quel periodo non ha potuto non considerare per la costruzione del proprio guardaroba.

E poi la musica proposta da Julian Casablancas, Albert Hammond Jr., Nick Valensi, Nikolai Fraiture e Fabrizio Moretti. Davvero niente di nuovo sotto il sole, occorre dirlo a scanso di equivoci, ma un niente di nuovo che riusciva a condensare all’interno del disco tutte le caratteristiche giuste per far presa: un revival garage rock e post punk dal forte piglio sotterraneo (ed è proprio con gli Strokes che ha preso vita la lunga stagione del revivalismo che ci portiamo dietro ancora oggi), frutto anche di una produzione volutamente lo-fi. L’intero disco gioca così sulla contrapposizione tra questa e la spavalderia dei suoi autori, tra la sporcizia che ambisce a stelle polari come Velvet Underground e Television (ma ovviamente senza le elucubrazioni dei primi né dei secondi) e ritornelli pazzeschi come quello di Hard To Explain, tra brani irresistibilmente catchy come Last Nite e la voce dinoccolata, scocciata ma con stile, strafottente ma in realtà neanche per sogno di Casablancas. E poi Tom Petty e gli Stooges, i Rolling Stones e gli INXS, tutti insieme in un calderone oggettivamente perfetto che gli ribolle fra le mani.

Al netto dunque di com’è proseguita la carriera/discografia degli Strokes dopo l’uscita di “Is This It”, è innegabile come quest’esordio abbia segnato in modo profondo l’estetica del rock del nuovo millennio arrivato fino a oggi, mischiando spunti dal passato e una furba aderenza al contemporaneo in un succoso smoothie che ha ricoperto un’importanza culturale (prima che musicale, vale la pena ricordarlo ancora una volta) non paragonabile a quasi null’altro di ciò che era venuto fuori in quel determinato momento storico, neanche a Yeah Yeah Yeahs, Interpol, TV On The Radio o Liars, tutti concittadini degli Strokes (a testimonianza del fermento newyorkese del periodo), a tratti dotati di una maggiore qualità complessiva, ma arrivati appena un attimo dopo. E in questi casi, si sa, il tempismo è tutto.