Depeche Mode – Spirit

Attualmente sono poche le band “storiche” ancora in grado di riempire gli stadi di mezzo mondo. Gli U2, certo, ma da quanto non pubblicano un album degno del loro nome? È un trascinarsi quello di Bono e i suoi, un continuo fare leva su un passato inappuntabile per vivere di rendita il presente. Poi ci sono i Pearl Jam e qui il discorso se non è uguale agli U2 è solo perché gli ultimi reduci del grunge hanno una carriera più breve, non riusciamo davvero a immaginarli discograficamente fra altri dieci o quindici anni. E poi ci sono i Depeche Mode: Dave Gahan, Martin Gore e Andy Fletcher non hanno mai smesso di lavorare intorno al proprio sound e, a parte un disco sottotono come “Sounds Of The Universe”, non viene davvero in mente altro che possa inficiare la loro leggenda. L’elettronica, il synthpop, il rock, la new wave, il blues, hanno attraversato tutto raccogliendo a strascico pezzi di questo e di quello, materiali fondamentali alla periodica riscrittura dei canoni della band.

Spirit, quattordicesimo lavoro in studio dei Depeche Mode, in fondo non è altro che l’ennesima istantanea di ciò che il trio è in questo esatto momento. Gahan e Gore vivono negli Stati Uniti da un pezzo, hanno toccato con mano il marcio della recente storia politica americana, la questione razziale, il continuo indebolimento delle fondamenta della Nazione simbolo dell’Occidente. E, pur non essendosi mai occupati di politica in senso stretto, sempre più inclini all’io e a coordinate molto personali e poco trasversali, hanno deciso di impregnare il nuovo album di connotati che sì, possono anche essere definiti politici.

Non si spiegherebbero altrimenti i versi dell’iniziale Going Backwards, il passo indietro della società inversamente proporzionale al progresso della tecnologia; oppure il più esplicito singolo Where’s The Revolution, una sorta di invito alla gente a riprendere in mano le redini delle proprie vite e reagire ai soprusi; ancora The Worst Crime, Poorman o la conclusiva Fail (qui alla voce c’è Gore, così come nella breve Eternal), tutte a sottolineare l’ormai evidente fallimento di un intero impianto sociale. A tutto ciò c’è da aggiungere l’artwork, opera dell’onnipresente Anton Corbijn, che lascia anch’esso poco spazio all’immaginazione.

Poi – e perdonateci se ne parliamo come fosse un aspetto secondario, quando invece è l’essenza stessa dei Depeche Mode – c’è il piano strettamente musicale, e qui assistiamo a un ulteriore passo avanti: innanzitutto la scelta di non rivolgersi più alla produzione di Ben Hillier (ai bottoni in “Playing The Angel” del 2005, il già citato “Sounds Of The Universe” del 2009 e “Delta Machine” del 2013) e affidarsi invece a James Ford dei Simian Mobile Disco. L’approccio del nuovo produttore, vuoi per la voglia di mettersi in evidenza coi nuovi “clienti”, vuoi per la sua stessa indole (fra gli altri ha già lavorato in passato con Florence + The Machine, Arctic Monkeys e gli ultimi Mumford & Sons della svolta elettrica), ha portato un’attenzione per i dettagli che se nel corso della storia dei Depeche Mode è sempre stata massima, qui rasenta il maniacale. I suoni di “Spirit” sono quanto di più ricercato e vario ci si potesse aspettare, obiettivo raggiunto però senza rendere irriconoscibile la band, errore compiuto frequentemente in altre produzioni.

Non mancano i momenti più votati all’elettronica, vedi i beat tropicaleggianti di Scum e la seguente You Move, in cui Gaham riacquista sensualità e non a caso si discosta dal discorso globale per rivolgersi direttamente a (ipotizziamo) una donna, oppure i martellamenti di So Much Love che hanno qualcosa di “John The Revelator” e “Suffer Well” o, ancora, la linearità di No More (This Is The Last Time). Il blues dell’ultimo “Delta Machine” si rifà sotto anche qui, più evidente in Poison Heart ma sparso di tanto in tanto anche altrove. Ancora una volta, infine, Gahan sfrutta benissimo lo spazio compositivo riservatogli all’interno del disco, firmando quella che è la traccia migliore del lotto: Cover Me, una lunga ballad piena di vapori, sbuffi industriali, un lungo intermezzo strumentale e dei synth in crescendo dalla metà in poi che ricordano vagamente i Boards Of Canada.

Magari verremo tristemente smentiti in futuro, ma i Depeche Mode dopo trentasette anni di carriera e una vagonata di brani epocali non sembrano avere intenzione – né necessità – di abdicare dal trono su cui si sono accomodati: hanno ancora forza, spunti e voglia di mettersi in discussione, di reagire agli input esterni, di produrre musica di spessore senza adagiarsi troppo su allori che gli spetterebbero di diritto. E, visti/sentiti oggi, pare possano davvero andare avanti in eterno.

(2017, Columbia / Sony)

01 Going Backwards
02 Where’s The Revolution
03 The Worst Crime
04 Scum
05 You Move
06 Cover Me
07 Eternal
08 Poison Heart
09 So Much Love
10 Poorman
11 No More (This Is The Last Time)
12 Fail

IN BREVE: 4/5

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