Home RETROSPETTIVE Dirty e la insostenibile leggerezza dei primi Sonic Youth vagamente mainstream

Dirty e la insostenibile leggerezza dei primi Sonic Youth vagamente mainstream

Il titolo di questo articolo è messo lì per far innervosire qualcuno (o forse più di qualcuno), lo confessiamo fin da subito provando così ad evitare minacce, shitstorm, ritorsioni, etc. Sì perché ci rendiamo conto benissimo di come la vicinanza del nome dei Sonic Youth alle parole “leggerezza” e “mainstream” possa far storcere il naso: strati su strati di rumore, tratti di avanguardia pura, un uomo e una donna che spesso urlano o gracchiano frasi, feedback annichilenti e la ridefinizione dell’intero concetto di noise. Questo erano i Sonic Youth e questo sono rimasti finché ci hanno graziati della loro presenza attiva. Eppure…

Eppure c’è stato un momento, a inizio anni ’90, in cui anche loro sono saliti alla ribalta delle cronache musicali (non solo quelle periferiche alla costante ricerca di ciò che di più cool ci fosse in giro), le stesse che in quegli anni avevano contribuito ad alimentare come padrini di gran parte delle formazioni che stavano rivoluzionando Seattle e la storia del rock tutta. Nessuna band di quell’enorme, variopinto e ribollente calderone rispondente al nome “grunge” avrebbe mai potuto negare − e infatti non l’hanno mai fatto − come i Sonic Youth e i loro dischi degli anni ’80 avessero influenzato profondamente la musica che stava nascendo e proliferando da quelle parti. Loro e i Pixies, giusto per chiudere un cerchio. Solo che, mentre dei Pixies queste band prendevano il sapiente accostamento di rumore e melodia (parole dello stesso Kurt Cobain, mica nostre), dei Sonic Youth veniva preso il modo di lavorare con il rumore, è chiaro, ma anche la totale visione concettuale della musica, del fare musica, del fare quella musica. L’aura della band, in poche parole.

Ma in quel momento, in quel 1992 in cui i Sonic Youth pubblicavano Dirty, il loro settimo lavoro in studio, Thurston Moore, Kim Gordon, Lee Ranaldo e Steve Shelley venivano da un tour congiunto con i Nirvana, che avevano preso sotto la propria ala protettrice, cui avevano suggerito la DGC (la Geffen) come casa discografica, quei Nirvana che dovevano ancora pubblicare “Nevermind” facendo saltare il banco di un’intera scena. “Nevermind” esce nel Settembre del ’91 per DGC e prodotto da Butch Vig, che dà al disco quelle rotondità che si riveleranno fondamentali nella scalata anche commerciale del disco. E sarà proprio Butch Vig a mettere le mani su “Dirty”, forse non una coincidenza visto che il disco si rivelerà l’highlight della discografia dei Sonic Youth (parliamo ovviamente di numeri, nient’altro che numeri).

Ritornando al titolo dell’articolo, può dunque “Dirty” essere considerato un disco mainstream o leggero? Ovviamente no, quantomeno non in senso stretto, ma se paragonato a quanto avevano fatto i Sonic Youth fino a quel momento, alla crudezza di “Goo” (1990, primo album dei quattro per la Geffen) o alle dissonanze del capolavoro “Daydream Nation” (1988, giusto per non andare ancora più indietro alla sporcizia sonica dei primi lavori della band), risulta piuttosto evidente come “Dirty” viaggi su sentieri decisamente meno estremi, già a partire del singolo 100% che apre il disco. Parlare di melodia e di “svolta pop” sarebbe eccessivo nel primo caso e oltraggioso nel secondo, ma non si tratta certamente della cosa più estrema partorita dai Sonic Youth, con il lavoro di Vig che risulta evidente soprattutto sulle chitarre di Moore e Ranaldo, ricoperte come sono da una patina addolcente per gran parte del disco (se volete un solo esplicativo esempio lo trovate in Chapel Hill).

Il caos di “Dirty” è controllato (la sola Nic Fit, peraltro cover di un brano hardcore, e pochi altri passaggi si nutrono del passato, vedi il finale di Theresa’s Sound-World), le briglie della chitarra di Thurston Moore sono tirate, anche quando in Youth Against Fascism fa la sua comparsa alla chitarra Ian MacKaye (Minor Threat, Fugazi, Dischord Records, leggenda dell’indipendente) tutto percorre binari più inquadrati per gli standard cui avevano abituato i Sonic Youth fino a quel momento. La tempesta sonora che investiva tutto e tutti nei precedenti lavori in “Dirty” diventa “solo” un potente acquazzone, come in Wish Fulfillment che ha i connotati dell’alternative rock del periodo, oppure nel singolo Sugar Kane, possessore di quello che è forse l’unico vero refrain del disco, giusto per sottolineare ancora una volta come il mainstream di “Dirty” sia a dir poco relativo.

Se a tutto questo aggiungiamo anche come “Dirty” sia uno dei lavori più intelligibilmente politici dei Sonic Youth (che in passato erano stati molto più criptici nell’esporsi sull’attualità, mentre qui vanno dritti al punto in modo chiaro, specie nei confronti del governo Bush), ecco venire fuori il quadro di un disco sporco nel titolo, sporco nella sostanza ma sensibilmente più ripulito nella forma, un album che vive in perfetta simbiosi col periodo in cui è stato concepito, realizzato e diffuso, un album fondamentale per comprendere tanto cos’erano stati i Sonic Youth quanto cosa sarebbero poi diventati nel corso degli anni.