Low: oltre le barriere e le paure di “Double Negative”. Una conversazione con Alan Sparhawk

La prima volta che ascolti Double Negative ti sembra quasi di avere nelle cuffie un’altra band, non possono essere gli stessi che fino a qualche tempo fa ti stropicciavano l’anima con il loro slowcore. Eppure al secondo, terzo passaggio consecutivo i Low riemergono dalle viscere del rumore scurissimo che avvolge il loro nuovo album (qui la nostra recensione) e spezzano la coltre di droni ed elettronica da fine del mondo di un lavoro che, in fondo, altro non è se non la loro formula portata all’estremo. Dopo il live milanese dello scorso Ottobre, i Low sono pronti a tornare in Italia per altre tre date del tour a supporto del disco, l’occasione giusta per intercettare Alan Sparhawk e farsi raccontare un po’ di quel doppio negativo che nel 2018 s’è guadagnato enormi e diffusi consensi (compresi i nostri, che l’abbiamo eletto disco dell’anno).

Alan, cominciamo ovviamente da “Double Negative”: la svolta elettronica dell’album ha spiazzato – positivamente, per quanto mi riguarda – un po’ tutti. Come e quando è nata quest’esigenza di esplorare nuovi territori sonori?
Abbiamo sempre cercato di trovare nuove possibilità nella nostra musica, sin dagli inizi abbiamo incentrato il nostro lavoro sul desiderio di creare qualcosa di nuovo, sfidando noi stessi e anche il pubblico. Avevamo già lavorato con BJ Burton per il nostro ultimo album (“Ones and Sixes” del 2015, ndr) e volevamo spingerci ancora oltre con alcuni esperimenti che lì erano solo accennati, così non appena abbiamo finito con quell’album ci siamo rimessi subito all’opera. Ci sono volute un bel po’ di sessioni per trovare la chiave d’accesso a ciò che stavamo cercando.

Non avevamo alcuna intenzione di scrivere qualcosa che si riferisse a quanto stesse accadendo negli Stati Uniti, ma sapevamo già che, in qualche modo, la cosa sarebbe venuta fuori da sé influenzando il disco.

A proposito di Burton, quanto ha influito la sua produzione sul risultato finale?
BJ è stato essenziale, è estremamente innovativo e audace nell’utilizzo del digitale. Noi stavamo cercando di creare qualcosa che fosse stimolante e insolito e BJ non s’è posto alcun limite né ha avuto preconcetti.

Il sound del disco, proprio grazie agli inserti sintetici, è piuttosto oscuro. Si scorge pochissima luce e immagino che la cosa abbia in qualche modo a che vedere con il titolo stesso del disco. Perché tutta questa negatività? Mi sono convinto che l’attuale inquilino della Casa Bianca c’entri più di qualcosa…
In realtà avevamo già iniziato le registrazioni quando le elezioni si sono concluse, ma dopo abbiamo avvertito subito la necessità di andare avanti continuando a seguire le nostre idee iniziali. Quel risultato elettorale ci ha solo resi più determinati a non tenerci dentro nulla di ciò che avevamo da dire. Alcuni dei testi dell’album parlano di speranza, altri della perdita di quella stessa speranza, altri ancora parlano di caos e faticano a trovare qualcosa cui aggrapparsi. Non avevamo alcuna intenzione di scrivere qualcosa che si riferisse a quanto stesse accadendo negli Stati Uniti, ma sapevamo già che, in qualche modo, la cosa sarebbe venuta fuori da sé influenzando il disco. Sono sicuro che ogni artista abbia cercato di utilizzare la propria arte per descrivere a suo modo un periodo così sregolato, perché tutti sentono il bisogno di utilizzare ciò che hanno a disposizione per provare a migliorare lo stato delle cose.

Parliamo di scrittura: vista la differente natura sonora del disco, è cambiata qualcosa nel vostro modus operandi oppure avete mantenuto le stesse impostazioni di lavoro di sempre?
Il songrwiting per noi è ancora un processo solitario e lungo, ci richiede molto lavoro e altrettanta fatica. Per incidere “Double Negative” ci siamo impegnati per un periodo di tempo davvero lungo, lavoravamo in studio per alcuni giorni, poi staccavamo e rientravamo uno o due mesi dopo. Volevamo scrivere e perfezionare le idee tra una sessione e l’altra, ma ci è voluto molto tempo per trovare i suoni giusti. Sperimentavamo e improvvisavamo per trovare nuove texture e nuove ritmiche, utilizzando diversi spunti per costruire le tracce e creando anche diverse versioni delle stesse prima di trovare ciò che davvero ci piaceva.

Vi ho già visti in questo tour, lo scorso Ottobre a Milano, e ho notato che inevitabilmente tanti dei suoni presenti su disco dal vivo vengono a mancare. Avevate pensato alla resa live dei nuovi brani durante la loro composizione?
Sì, ci abbiamo riflettuto un bel po’, ma posso dirti che ci siamo sempre sentiti a nostro agio nel realizzare una versione più minimale dei pezzi dal vivo, acustica o elettrica che sia. Per adesso non ci dispiace ancora continuare a cantare e suonare la batteria, il basso e la chitarra durante i live, dà un effetto più immediato e reale. C’è qualcosa di speciale nell’utilizzare la voce e le mani per costruire i tuoi suoni proprio lì, all’interno di uno spazio mentre tutti ti ascoltano, piuttosto che eseguirli su un laptop: a mio avviso quello suonerebbe svogliato e poco interessante.

Altra domanda sui live: in questo tour incastrate tra loro i pezzi quasi senza soluzione di continuità, e devo dirvi che l’effetto complessivo è davvero straniante. Anche i vecchi brani subiscono una sorta di “cura Double Negative”, non trovi?
L’intento era esattamente questo: annullare le distanze. Facciamo in modo di mettere in sequenza i pezzi per creare un viaggio che sia cerebralmente stimolante. Nel frattempo, io evito di parlare troppo per cercare di non interferire con chi vive l’esperienza d’ascolto.

Ritornando alle sperimentazioni di “Double Negative”: cosa significa per i Low, oggi, andare “oltre”, valicare “confini”, uscire dalla propria comfort zone?
La maggior parte delle barriere sono innalzate da noi stessi, a volte in maniera consapevole per spingerci a ottenere di più da ciò che abbiamo, ma qualche volta, invece, sono un riflesso delle nostre paure e rompere gli schemi può servire ad andare oltre noi stessi. Allentare il legame con gli strumenti e le strutture che ci sorreggono può renderci liberi e aperti a nuove idee, devi convincerti che non importa ciò che suoni o canti, perché resti sempre tu.

Capitano giorni difficili e ci sono momenti in cui ci domandiamo se essere una coppia di artisti che lavora insieme non faccia altro che aggiungere stress a un’impresa che nasce già difficile, ma è una cosa che non cambierei per nulla al mondo.

Chiudo con due curiosità che mi sarebbe piaciuto soddisfare da tantissimo tempo. La prima: il frequente parlare della vostra religione nei testi vi ha mai creato qualche tipo di problema? Con qualche collega o magari con gli addetti ai lavori?
Nessuno ci ha mai riservato un trattamento diverso per la religione che pratichiamo, o quantomeno non ci è mai successo in maniera diretta. Musicisti e artisti in genere sono persone piuttosto comprensive e aperte.

La seconda: essere una coppia all’interno di una band. Quali i pro e quali i contro di lavorare insieme in un contesto complicato come quello artistico?
Quando eravamo giovani speravamo davvero di poter lavorare insieme. Lottare, sognare, lavorare, creare e viaggiare insieme è stata una benedizione. Capitano giorni difficili e ci sono momenti in cui ci domandiamo se essere una coppia di artisti che lavora insieme non faccia altro che aggiungere stress a un’impresa che nasce già difficile, ma è una cosa che non cambierei per nulla al mondo. Mimi è la mia migliore amica e fare insieme tutto quello che abbiamo fatto è stato e continua a essere meraviglioso.