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Still Corners: «Il dream pop? Una vibrazione»

stillcornersintervistaNegli ultimi anni sono state molte le band che hanno ripreso e fatto proprie quelle sonorità tipicamente eighties racchiuse sotto l’etichetta dream pop. I londinesi Still Corners appartengono al novero di quelle formazioni (tra cui gli americani Beach House) che più di altre sono riuscite ad attualizzare il genere, grazie alla voce eterea e sublimata di Tessa Murray e alle ricercate architetture sonore messe in piedi da Greg Hughes. L’esordio nel 2011 con “Creatures Of An Hour”, riconosciuto dai più come una delle migliori uscite di quell’anno. E adesso “Strange Pleasures”, sophomore delle band pubblicato a inizio Maggio, un album con cui gli Still Corners sono riusciti a mantenere fortissimo l’interesse sulla loro proposta pur variandone sensibilmente gli ingredienti. Ed è lo stesso Greg Hughes a confermarci ciò nell’intervista concessaci e che vi proponiamo qui di seguito.

Greg, “Strange Pleasures” è un album piuttosto diverso dal vostro esordio, meno “triste” e decisamente più veloce. Che tipo di approccio avete usato nel comporlo?
Per lo più abbiamo lasciato che le cose seguissero il loro corso. Ho semplicemente scritto e scritto fino a quando le canzoni hanno cominciato a venire fuori. Poi Tessa ha fatto il suo è c’ha cantato sopra. Ci siamo anche divertiti e abbiamo provato a tradurre ciò sul disco.

Qual era il vostro obiettivo quando siete entrati in studio? Il secondo album è sempre problematico per una band, specialmente quando il primo è stato molto apprezzato.
Non c’ho mai pensato. Ricordo che inviammo “Creatures Of An Hour” alla Sub Pop e il giorno dopo mi sono svegliato e ho pensato: “bene, cosa farò oggi?”. Quindi io e Tessa siamo tornati in studio e abbiamo ricominciato a lavorare. E abbiamo lavorato sul nuovo album tutti i giorni fino a quando siamo partiti per il tour. Quindi penso non ci sia mai stato un momento libero in cui preoccuparsi della “sindrome da secondo album”.

Sul nuovo album – al contrario del precedente – la voce di Tessa non è filtrata da molti effetti, è meno eterea e più “umana”. Perché questa scelta?
Tessa ha cantato davvero forte per questo disco, è incredibile. Non avevo voglia di coprirla e toglierle potenza. Viene dal cuore ed è molto diretta, così abbiamo pensato che sarebbe stato meglio farla sembrare il più naturale ed il più reale possibile.

Avete un rapporto molto stretto con le “immagini”. In che modo queste influenzano la vostra musica e viceversa?
Le immagini, siano esse dipinti, foto o pellicole, possono esprimere un’emozione molto più velocemente di qualsiasi altra forma d’arte. C’è quella vecchia espressione: “una foto vale più di mille parole”. Le parole sono lente. Penso che la musica, a volte, possa descrivere un’immagine meglio di come possano farlo le parole, e questo perché la musica trascende la lingua. Immaginate di dover descrivere un oceano ad un cieco: è possibile utilizzare un sacco di parole, ma forse sarebbe meglio comporre una canzone che suoni come il rumore di un oceano. Riusciremmo a tradurre quella sensazione in maniera più diretta. Wow… che pensiero profondo!

Sempre a proposito di visual, qual è il concept dietro il video di “Berlin Lovers”?
Berlin Lovers parla di due giovani che s’innamorano e ai quali non importa nient’altro. Amo questo video diretto da Christian (Christian Sorensen Hansen, ndr). L’ho chiamato e gli ho detto la mia idea, di utilizzare giovani ragazzi che s’incontrano e s’innamorano su una pista di pattinaggio. Lui s’è portato via l’idea e ha fatto qualcosa di veramente cool.

Spesso la vostra musica viene definita “dream pop”, insieme a band come Beach House o School Of Seven Bells, giusto per citare le prime che vengono in mente. Cosa ne pensi? Credi ci sia davvero una nuova scena dream pop?
Bella domanda. Non so, forse. Voglio dire, una parte di me pensa che Still Corners, Beach House e School Of Seven Bells non suonino per niente simili. Un’altra parte di me crede che generalizzare sia pigro, ma so che funziona così, è necessario apporre etichette per categorizzare le cose in modo che siano più facili e veloci da digerire. Soprattutto al giorno d’oggi, dove molte persone vanno di fretta. Ma capisco anche che tutte queste band hanno significanti molto simili nel loro sound, come il porre l’accento sulla bellezza, sulla melodia, sull’atmosfera, oltre all’uso di effetti assimilabili come il riverbero e il delay per prendere un suono e farlo sembrare più distante. C’è una vibrazione comune che attraversa queste band, quindi se lo si vuole chiamare “dream pop” mi sta bene, mi piace. Mi piacciono i sogni e mi piace il pop. Io sogno in riverbero.

Citare band come i Cranes o i Cocteau Twins fra le vostre influenze è piuttosto ovvio. Ascoltando il vostro nuovo album, però, si scorgono anche altri spunti. Ci sono altri artisti che hanno influenzato la vostra musica?
New Order, Broadcast, Simon & Garfunkel, Giorgio Moroder, Michel Rubini, Ennio Morricone e la lista potrebbe andare avanti ancora e ancora.

Cosa significa per voi incidere per un’etichetta come la Sub Pop?
La Sub Pop ha un roster di band veramente straordinario, quindi è davvero un onore condividere la stessa etichetta con gruppi come i Beach House, i Washed Out o i Fleet Foxes.

Come si riesce a trasporre dal vivo un sound così particolare come il vostro?
Facciamo un gran uso di chitarra e batteria. L’obiettivo è quello di riprodurre una certa atmosfera, tenendo tutte le luci spente e proiettando immagini. Non suoniamo esattamente canzoni da festival rock, quindi cerchiamo più che altro di creare l’atmosfera giusta che possa portare il pubblico via, in un’altra dimensione.

Ultima domanda: c’è una vostra canzone che ami particolarmente e perchè?
Mi piace molto All I Know, ha una fantastica atmosfera estiva. Mi piace come la seconda strofa si perde in una nuova parte di chitarra, amo moltissimo il ritmo della batteria e il suo groove. E anche Tessa è semplicemente stupefacente in questo brano.

Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di vinili, CD e musicassette. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.