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Beck – Ride Lonesome

L’impareggiabile prolificità di Beck ha fatto costantemente il paio, nel corso della sua ormai lunghissima carriera, con una totale e ricorrente ritrosia a ripetersi, a restare troppo a lungo fermo nello stesso posto, a cullarsi in una qualsiasi delle comfort zone che gli appartengono (perché ha fatto e fa di tutto Beck, e sempre bene), cercando piuttosto di mettersi in gioco ad ogni nuovo passaggio della sua discografia, di superare i confini che di volta in volta hanno fatto da contorno alla sua arte e che, puntualmente, finisce per valicare. Ed è probabilmente questo il motivo principale per il quale Beck Hansen è diventato un emblema del sapersi reinventare, del rimanere se stessi senza fossilizzarsi su se stessi e su ciò che funziona e che molti sceglierebbero di ripetere.

Nel caso di questo Ride Lonesone, il suo quindicesimo lavoro in studio che arriva a ben sette anni di distanza da “Hyperspace” del 2019 (un album sintetico declinato in chiave vaporwave e prodotto da Pharrell Williams), ciò che ha voluto fare Beck è stato riprendere le sonorità acustiche che aveva già brillantemente affrontato in un disco come “Sea Change” nel 2002, la bellezza di ventiquattro anni fa. Ventiquattro anni in cui Beck ha fatto tutto e il contrario di tutto e che, in un moto circolare, lo hanno portato a rimettersi alla prova con una dimensione spoglia prima con “Morning Phase”, il suo album dei record del 2014, e adesso con “Ride Lonesome”, segno concreto di una versatilità più unica che rara e di una innata capacità di metamorfosi, da bruco a farfalla e − incredibilmente contro natura − ritorno.

Ma la corrispondenza delle sonorità acustiche, però, non basta da sola a tracciare un parallelo con quei due vecchi lavori, perché “Ride Lonesome” mostra fin dalla title track che apre il disco come questo sound minimale di Beck si sia evoluto in direzione di un’evidente maturità, complice il ritorno alla collaborazione con una band con cui si conosce reciprocamente alla perfezione (ovvero Smokey Hormel, Joey Waronker, Justin Meldal-Johnsen, Roger Joseph Manning Jr. e Jason Falkner, oltre al ritorno di Nigel Godrich al missaggio), conoscenza che ha contribuito in modo determinante all’evoluzione di cui sopra. Se In The Night è un omaggio fattivo a un caposaldo del cantautorato come Nick Drake (il che la dice lunga non solo sul pezzo in questione ma su tutto il disco, se c’è uno come Drake a fare da nume tutelare), altrove troviamo l’ambient che lambisce For Your Love e una marea di suoni orchestrali come nella conclusiva Beyond The Light, mentre un pezzo come Slow Canyon è un impagabile saggio di calore analogico ricoperto da una sottile polvere country.

Gli archi intessono anche Bleed di una malinconia che Beck accetta e fa sua, una malinconia che affoga nell’intimismo di un disco che sa tanto di confessione e adattamento a una nuova fase della sua vita: il tempo che passa, la fine di una relazione importante, la vita che inizia a presentarti il conto di quanto fatto, sono tutte questioni che toccano chiunque di noi abbia la fortuna di invecchiare ma che nel caso di Beck, che sa meravigliosamente dipingere tanto con le note quanto con le parole, diventano motivi di riflessione e condivisione, come in Disappearing Act, affogata com’è in una stanchezza tanto palpabile quanto dolce.

L’hip hop sbilenco che ha segnato la storia estetica e sonora di Beck qui non esiste più, la sua voce è inevitabilmente cambiata nel corso dei decenni e lui ha saputo farci i conti in modo lucido, orientandosi su impostazioni meno elettriche e squillanti, ripiegando invece su tonalità più essenziali e riflessive. Sarebbe inutile citare una sola traccia come esempio, ma se proprio dobbiamo segnaliamo Falling Through My Hands, anche se tutti i dodici brani di “Ride Lonesome” ne sono una testimonianza tangibile, la meravigliosa testimonianza di una leggerezza strutturale che il lavoro di produzione riempie in modo sensibile dandogli la rotondità necessaria.

La stanza ritratta in copertina, con le sue calde e avvolgenti pareti in legno, con la tenda velata mossa da un flebile alito di vento che nasconde appena la sagoma dell’autore di questo disco, diventa dunque l’istantanea di una solitudine che Beck sembra aver scelto di godersi, piuttosto che spingere per dargli riempimento, per colmare un vuoto che ormai è convinto gli appartenga. “Ride Lonesone” chiude così concettualmente una sorta di involontaria − ma ne siamo proprio così sicuri? − trilogia con i già citati “Sea Change” e “Morning Phase”, tre dischi dove amore e infelicità, accettazione e rassegnazione, si incastrano fra loro nel raccontarci chi è stato e chi è diventato Beck.

2026 | Capitol

IN BREVE: 4,5/5